«Imprese, altrove l’aria è più favorevole»

Il presidente dell’AITI a ruota libera sulla Legge per l’innovazione e la fiscalità ticinese

Ma fare impresa in Ticino è più facile o complesso che altrove? Il presidente dell’Associazione industrie ticinesi (AITI) Fabio Regazzi risponde a questa e a tante altre domande. Il Corriere del Ticino lo ha intervistato alla luce del bilancio stilato dal Consiglio di Stato sulla Legge per l’innovazione economica (LInn), ma anche prendendo spunto dalla proposta lanciata dal direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia Christian Vitta di riprendere in mano la leva fiscale, per agevolare imprese e cittadini.

di Gianni Righinetti

Il bilancio del Governo sulla Legge per l’innovazione economica (LInn) è positivo. L’AITI è dello stesso avviso?

«Diciamo che quella per l’innovazione economica è una buona legge, in quanto ha esteso il suo raggio d’azione e non fa più riferimento solo all’innovazione di tipo tecnologico ma anche a quella che concerne l’organizzazione, l’accesso ai mercati e altro ancora. Per gli imprenditori gli strumenti di sostegno all’innovazione si sono moltiplicati. Il punto dolente è invece quello dei decreti esecutivi decisi dal Consiglio di Stato, in particolare quello sulla manodopera residente, che di fatto limitano l’impatto e l’efficacia di questa legge».

È del parere che senza questa stampella il Ticino soffrirebbe a livello di innovazione e sviluppo, oppure la LInn è fondamentalmente un lusso?

«L’innovazione la fanno prima di tutto le imprese, non lo Stato e dunque in Ticino ci sarebbe innovazione anche senza la LInn. Quest’ultima tuttavia non può essere definita un lusso. Nella sua versione aggiornata, come detto in precedenza, offre diversi strumenti alle imprese e ai neo imprenditori per farsi largo sui mercati e confrontarsi con la concorrenza. Diciamo che la Legge per l’innovazione economica non è fondamentale per gli imprenditori ma può aiutare gli stessi a essere più performanti, pur considerando che i fondi a disposizione sono limitati».

Nella veste di consigliere nazionale intrattiene diversi contatti con gli imprenditori di altri Cantoni. Che sostegno ha in genere il settore da parte dei singoli governi?

«Non sono molti i Cantoni che hanno leggi specifiche sull’innovazione; i più sostengono le imprese attraverso leggi di promozione economica o incentivi fiscali. Detto questo, bisogna aggiungere che agli imprenditori interessa operare con regole certe e in un contesto di buone condizioni quadro generali. Oltre a ciò, l’aria che si respira negli altri Cantoni appare maggiormente favorevole al fare impresa rispetto al Ticino, dove negli ultimi anni le iniziative che di fatto ostacolano gli imprenditori si sono moltiplicate, complice un “primanostrismo” strisciante e anche troppi pregiudizi infondati verso il mondo economico».

Intanto in Consiglio di Stato ha voluto fissare puntuali paletti per regolare l’innovazione. Ma la LInn così non finisce per essere trasformata in una legge per regolare il mercato del lavoro, snaturando quello che era lo scopo originario?

«È proprio questo il punto. Con l’aggiunta di due decreti esecutivi del Consiglio di Stato, la Legge per l’innovazione economica è diventata una sorta di complemento alla legge sul mercato del lavoro, senza eguali nel resto della Svizzera. Ora, noi siamo d’accordo di regolare l’accesso ai fondi pubblici per l’innovazione, ma in questo caso si è fatta un’operazione politica che con l’innovazione c’entra ben poco. Vi sono settori come quello industriale dove la disponibilità di manodopera residente per le parti produttive e per altri reparti dell’azienda è insufficiente. Non si riesce pertanto a capire perché si sia voluto introdurre regole generali che colpiscono tutti i settori economici indistintamente senza tenere conto delle specificità e delle peculiarità della nostra economia. Se in un determinato ramo economico la manodopera indigena non è sufficiente perché punire le aziende che vogliono investire nell’innovazione, con ricadute che vanno a beneficio di tutto il sistema?».

Il direttore del DFE Christian Vitta ha recentemente affermato che «alcune esigenze del mondo economico sono state recepite». Concorda? Cosa ritiene che funziona e soddisfa?

«L’AITI si è fatta sentire con argomenti fondati e tutte le nostre ragioni sono state comprese, anche se soddisfatte solo in parte. Sono state eliminate alcune regole assurde che limitavano l’accesso alla legge ai neo imprenditori, come ad esempio l’obbligo di risiedere in Svizzera da almeno tre anni, che tagliava fuori molte aziende start up e rischiava d’impedire l’arrivo in Ticino di ottime aziende dall’estero».

E cosa invece non va per nulla?

«Ho l’impressione che si tenda a dimenticare che l’ossatura del nostro sistema imprenditoriale e industriale è costituito da imprese che sono sul territorio per la gran parte da 40-50 e più anni, fra cui molte aziende di famiglia. Queste aziende sono qui da decenni e apportano il loro contributo in termini di salari, indotto, entrate fiscali, responsabilità sociale. Lo Stato, inteso come politica e amministrazione, non deve dare per acquisita la loro presenza. Va bene sostenere le nuove imprese ma facciamo molta attenzione a supportare anche quelle esistenti».

Come detto c’è soprattutto un decreto che voi ritenete essere un corsetto eccessivamente rigido: quello sulla percentuale minima di manodopera residente. In alcuni casi se la quota del 30% non è raggiunta il sostegno decade. Dove sta il problema?

«Siamo d’accordo come detto di fissare dei paletti, ma in quei rami industriali dove il mercato del lavoro indigeno non offre sufficiente manodopera, bisognerebbe applicare il criterio del 30 % con flessibilità. E invece niente. Così ad esempio, un settore tecnologicamente avanzato come quello orologiero, ma ce ne sono altri, non ha accesso alla LInn perché ha ancora molti lavoratori stranieri. Ma se limitiamo lo sviluppo delle nostre aziende riduciamo anche la possibilità di incrementare i posti di lavoro per i residenti. Trovo inoltre incomprensibile che sotto i decreti esecutivi ricadano anche gli incentivi per la partecipazione a fiere specialistiche. Si tratta di pochi soldi, massimo 20.000 franchi l’anno per azienda, ma la partecipazione alle fiere di settore permette alle imprese di consolidare le relazioni con clienti e fornitori e aprirsi nuovi mercati. Così facendo si aumenta la possibilità di creare posti di lavoro a vantaggio di tutti».

Ma voi contestate la soglia del 30% o il concetto che sostiene questa regola?

«Alla base di questa soglia, che è del 60% per i settori non industriali, non c’è alcuna motivazione plausibile; si tratta in realtà di una scelta esclusivamente politica. Comprendo il fatto che i soldi dei contribuenti debbano essere elargiti fissando delle regole. Per buona parte delle industrie la soglia del 30% non pone problemi, per alcuni rami industriali invece sì. Noi riteniamo che ci voglia maggiore flessibilità nell’applicare le regole. Non per lasciare lo spazio ad abusi beninteso, bensì proprio per tenere conto di fattori oggettivi che le aziende non possono influenzare».

Non si può parlare di aziende e innovazione senza fare un cenno alla fiscalità. In Ticino c’è sempre qualcosa che non va o siamo sulla buona strada?

«La risicata approvazione popolare lo scorso 29 aprile del modesto pacchetto fiscale cantonale ci ricorda che sul piano fiscale il Ticino è fermo da oltre dieci anni. Il recente studio che AITI ha commissionato al Centro competenze tributarie della SUPSI giunge a conclusioni inequivocabili. Anche facendo ulteriori riforme fiscali, dunque riducendo l’aliquota sugli utili delle persone giuridiche, il Ticino rimarrà in fondo alla classifica della competitività fiscale intercantonale. Questo perché nei prossimi anni la Confederazione e tutti i Cantoni ridurranno l’onere fiscale in particolare su imprese e società. È oramai chiaro che sulla fiscalità ci vuole un deciso cambiamento della velocità di crociera e a questo proposito ho preso atto con piacere dall’intervista che il direttore del DFE Christian Vitta ha rilasciato al Corriere del Ticino lo scorso venerdì, nella quale lo stesso Vitta ha riconosciuto la necessità di ridurre l’onere fiscale sia per le aziende che i cittadini e che intende muoversi in questa direzione».

Quando il Governo ha presentato il pacchetto fiscale e sociale voi avete arricciato il naso, ma senza sdraiarvi sui binari. Poi il popolo ha detto sì, ma per un pugno di schede bocciando il referendum del PS. Qual è la sua lettura?

«La mia lettura è ambivalente. Non mi fa paura il risicato voto a favore del pacchetto fiscale perché votavamo unicamente su piccoli sgravi fiscali necessari per cercare di trattenere in Ticino chi ha molta sostanza o le aziende con fiscalità speciale. Dall’altro lato siamo arrivati al dunque. Indipendentemente dalle diverse posizioni politiche e ideologiche, è oramai evidente che il Ticino ha un serio problema di competitività fiscale. Se non affrontiamo questa situazione partiranno buoni contribuenti, sia persone fisiche sia giuridiche, dal Ticino verso lidi migliori e a farne le spese sarà soprattutto quel ceto medio che rimane sul territorio e in genere non ha accesso ai sussidi. Vogliamo questo? Io credo di no, dunque diamoci una mossa prima che sia troppo tardi».

Ma siamo certi che se arrivasse alle urne un pacchetto fiscale classico senza alcun airbag verrebbe accolto senza discussioni?

«Come detto abbiamo un serio problema di competitività fiscale e le istituzioni e la politica devono trovare il coraggio di dire ai cittadini come rischiamo di finire. Sono fermamente convinto che altri pacchetti di sgravi fiscali siano indispensabili in futuro, in particolare per le persone giuridiche ed eventualmente, ma in maniera selettiva, anche per le persone fisiche. Detto questo voglio essere chiaro anche su un altro concetto AITI non è disposta a compensare ogni volta misure fiscali con misure sociali. Se esiste come esiste in Ticino un problema fiscale, bisogna avere il coraggio di affrontarlo. Lo scorso 29 aprile il voto è stato risicato anche perché una parte dei cittadini non ha visto di buon occhio questo abbinamento».

La competitività fiscale a livello intercantonale è ancora un’attrattiva per chi fa impresa?

«Certamente. E le riforme fiscali che nei prossimi due anni i Cantoni introdurranno a seguito della riforma fiscale federale PF 17 dimostreranno che chi si ferma, come sempre, rimane indietro».

*presidente AITI

 

Fonte: Corriere del Ticino