Comunicato stampa – un salario minimo controverso

Probabili effetti negativi sull’occupazione e sulla competitività di diverse imprese

 

Il Consiglio di Stato ha presentato lo scorso 8 novembre la legge di applicazione dell’articolo costituzionale sul salario minimo. Rileviamo innanzitutto che il Consiglio di Stato ha abbandonato per problemi giuridici la strada del salario minimo orario unico, per abbracciare più correttamente quella del salario minimo differenziato per settore economico e mansione, soluzione che AITI e Cc-TI hanno sempre indicato nel gruppo di lavoro incaricato. Ciò non di meno, dalla proposta emerge che il Consiglio di Stato propone al Gran Consiglio salari minimi secondo il settore economico, ma non prende in considerazione le mansioni professionali. A nostro giudizio è una scelta che non corrisponde pienamente all’articolo costituzionale votato dal popolo ticinese nel 2015 e che potrebbe dunque prestare il fianco a contestazioni di natura giuridica.

Nel suo messaggio al Gran Consiglio il Governo cantonale conferma inoltre diversi concetti che il mondo economico ha sempre posto all’attenzione della politica e dell’opinione pubblica. Innanzitutto si rileva come quasi il 94 % delle lavoratrici e dei lavoratori in Ticino percepisce già salari minimi superiori a quelli proposti dal Governo cantonale. A beneficiare del salario minimo saranno quindi 9’500 persone su oltre 156’000 salariati. E di queste 9’500 persone 6’100, quindi praticamente 2/3, sono lavoratrici e lavoratori frontalieri. In terzo luogo, il Consiglio di Stato conferma che l’introduzione del salario minimo causerà una riduzione dell’occupazione, che potrebbe oscillare fra i 1’000 e i 1’500 posti di lavoro.

Nel merito delle cifre proposte in quanto al salario minimo rileviamo che il Consiglio di Stato ha scelto una soluzione intermedia – salari minimi orari compresi fra CHF 18.75 e CHF 19.25 – fra quanto hanno proposto i rappresentanti di parte padronale (3’000 franchi mensili, quanto il Consiglio di Stato fissa già nella maggior parte dei contratti normali di lavoro) e quanto invece hanno proposto in particolare i sindacati (oltre 3’500 franchi mensili).
Dobbiamo infatti rilevare che se da un lato la gran parte delle aziende offre già condizioni salariali superiori ai minimi indicati dal Consiglio di Stato, dall’altro lato sul territorio esistono anche aziende, commerci, piccole attività artigianali che hanno margini di guadagno sensibilmente inferiori e che sono sottoposte a forte competitività. Queste realtà imprenditoriali, che rispettano le leggi e pagano comunque delle imposte, a seguito dell’introduzione dei salari minimi rischiano la delocalizzazione o addirittura la chiusura.

Si deve infine ricordare che il salario è la remunerazione della prestazione professionale del lavoratore e nulla di più. Non è corretto né immaginabile che l’aumento del costo della vita, ad esempio causato dall’aumento dei premi dell’assicurazione malattia, possa essere addebitato al salario corrisposto dal datore di lavoro. Inoltre non è concepibile considerare il salario come una variabile indipendente da tutti gli altri costi aziendali. Le aziende e i datori di lavoro devono considerare tutti i costi nel loro insieme perché questo determina infine la loro competitività, la capacità di fare utili per investire e garantire i posti di lavoro.

AITI e Cc-TI non nascondono le preoccupazioni per le possibili conseguenze che la proposta governativa avrà sul tessuto economico cantonale già notevolmente sotto pressione a causa di molti fattori esogeni come il cambio franco/euro e la congiuntura internazionale. Non si può dimenticare che l’introduzione del salario minimo rischia di provocare un appiattimento della curva dei salari di tutta l’azienda; vi sarà infatti una pressione ad adeguare anche i salari al di sopra del minimo, ciò che inevitabilmente avrà conseguenze in termini finanziari e competitivi. AITI e Cc-TI discuteranno prossimamente all’interno dei rispettivi gremi associativi le proposte del Consiglio di Stato e non mancheranno di seguire ulteriormente l’argomento nell’ambito della discussione parlamentare che avverrà a partire dalle prossime settimane, tornando a fare sentire la propria voce nelle sedi competenti e a livello di opinione pubblica a difesa dei settori economici che rappresentano e dei relativi posti di lavoro.

Lugano, 9 novembre 2017