SECO: bilancio dopo 15 anni di libera circolazione delle persone

Berna, 04.07.2017 – L’Accordo sulla libera circolazione delle persone (ALC) tra la Svizzera e l’UE è ormai in vigore da 15 anni. L’immigrazione indotta dal mercato del lavoro ha comportato una forte crescita dell’occupazione ad alto livello formativo. Ciò ha accelerato il cambiamento strutturale verso una crescente specializzazione dell’economia svizzera in attività ad elevato valore aggiunto. Benché non si possano tuttora dimostrare effetti negativi diretti sugli stipendi e sull’occupazione dei residenti, è evidente che non tutte le fasce della popolazione hanno beneficiato in ugual misura del cambiamento strutturale. Soprattutto gli immigrati provenienti da Paesi terzi fanno fatica a integrarsi nel mondo del lavoro. Questo è quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’Osservatorio sulla libera circolazione delle persone.

Nonostante le notevoli turbolenze congiunturali e il difficile contesto sul fronte dei tassi di cambio, nel raffronto internazionale l’economia svizzera ha messo a segno negli ultimi 15 anni uno sviluppo economico estremamente positivo e una robusta crescita occupazionale. Quest’ultima ha interessato soprattutto il settore dei servizi ad alto livello di know-how, comportando una forte domanda di personale altamente qualificato. Gli immigrati provenienti dall’UE hanno favorito questo sviluppo strutturale: nei gruppi professionali con le massime qualifiche, infatti, sono presenti in misura superiore alla media.

Poiché in una popolazione più ricca e numerosa aumenta la richiesta di prodotti e servizi locali (soprattutto in: edilizia, servizi personali, commercio, trasporti, formazione e sanità) si è registrata negli ultimi anni una crescente domanda di manodopera anche in questi settori. È stata soprattutto la popolazione attiva locale a beneficiare del maggior numero di posti di lavoro nell’ambito dei servizi parastatali. Nell’edilizia e nel settore dei servizi di base – dove l’offerta di forza lavoro locale è diminuita a causa dell’evoluzione demografica e del più elevato livello medio di formazione – la maggior domanda di personale è stata coperta con lavoratori stranieri.

Immigrazione dall’UE complementare al potenziale di forza lavoro esistente
Gli sviluppi del mercato del lavoro degli ultimi 15 anni comprovano che tutto sommato l’immigrazione ha integrato positivamente la forza lavoro locale. Lo dimostra la partecipazione al mercato del lavoro, che nel periodo in esame ha registrato un ulteriore aumento sia per gli svizzeri sia per gli immigrati. I residenti attivi non sono dunque stati spinti nella disoccupazione o in uno stato di non-occupazione. Anzi: negli ultimi anni si è riusciti a sfruttare maggiormente anche il potenziale di forza lavoro già presente in Svizzera.

Dall’entrata in vigore dell’ALC i salari reali sono aumentati di un solido 0,8 per cento all’anno e lo sviluppo salariale si è rivelato complessivamente equilibrato su tutta la fascia retributiva. Un indizio di freno alla crescita salariale causato dall’immigrazione può essere intravisto – semmai – nel segmento delle persone altamente qualificate. L’evoluzione dei salari bassi, invece, ha saputo tenere il passo con quella dei salari medi. Proprio in questo segmento le misure collaterali si sono dimostrate particolarmente valide per tutelare i livelli retributivi della popolazione locale.

Immigrati maggiormente a rischio di disoccupazione
Gli stranieri in generale – ma anche gli immigrati che sono venuti in Svizzera negli ultimi 15 anni in virtù della libera circolazione delle persone – presentano un maggior rischio di disoccupazione rispetto agli svizzeri. Nel gruppo di chi è immigrato in virtù dell’ALC sono soprattutto i lavoratori provenienti dall’Europa meridionale e orientale a essere disoccupati in misura nettamente superiore alla media. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che questi immigrati lavorano spesso in settori caratterizzati da condizioni occupazionali incerte. Tra il 2011 e il 2016 il tasso di disoccupazione ha fatto registrare un andamento leggermente più sensibile alle variazioni congiunturali. Va tenuto presente, tuttavia, che la maggior parte di queste persone si trova in Svizzera da relativamente poco tempo. È lecito supporre, quindi, che nell’ambito del processo d’integrazione il tasso di disoccupazione di questi neo-immigrati si avvicini con il tempo a quello della popolazione locale, ipotesi da verificare nei prossimi anni.

Hanno invece fatto molta più fatica a inserirsi nel mercato del lavoro gli immigrati provenienti da Paesi terzi. Infatti, la maggior parte di questi ultimi non vi accede direttamente, trattandosi per lo più di persone che vengono in Svizzera nell’ambito di un ricongiungimento famigliare o per chiedere asilo politico.

Ultimi sviluppi
A causa del difficile contesto valutario, l’immigrazione legata all’ALC è notevolmente diminuita dal 2013 in poi, dopo che per anni si erano registrati elevati saldi migratori. Con un saldo di 35 000 persone, nel 2016 l’afflusso di cittadini dall’UE si è attestato al di sotto della media di lungo termine. È diminuita notevolmente l’immigrazione dalla Spagna, dal Portogallo e dalla Germania, mentre quella dall’Italia e dalla Francia, dove l’economia stenta a riprendere slancio, è calata in modo più contenuto. È aumentata, per contro, l’immigrazione dall’Europa dell’Est, che nel 2016 ha raggiunto quasi il 30 per cento del saldo migratorio netto dall’UE.

Da gennaio a maggio 2017 il saldo migratorio dall’UE si è attestato a un livello simile a quello dell’anno precedente, rispecchiando così il debole sviluppo economico di inizio anno.

In merito a quanto comunicato dalla SECO, Il Quotidiano ha intervistato il Direttore di AITI, Stefano Modenini.

Fonte: https://www.seco.admin.ch/seco/it/home/seco/nsb-news.msg-id-67405.html